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"Fratei forza al remo, demoghe addosso" La galera Gran Capitana di Venezia alla Galera Reale di Napoli nella giornata di Lepanto, dopo il disalberamento della prima linea turca da parte delle grandi Galeazze venete.
"Dell'Utri e Cosentino. Ovvero mafia e camorra unite, stando ai processi, per aiutare Berlusconi, in una cosca in stile p2. Perfetto"
(commento sentito oggi in metropolitana da un tipo in completino grigio bancario. Rivolto a una signorina con borsa di pelle piena di carte al seguito)
Un serio e sostenibile progetto anti-crisi è possibile? Propongo un confronto tra Monti e Rifkin sul tema. Mi paiono completamente, e persino creativamente, complementari.
Maroni: Brancher è stato oggetto di una ingiusta campagna di stampa
Cicchitto: ringraziamo Brancher del suo senso di responsabilità
Casini: una soluzione ragionevole
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Nb.Brancher, sodale occulto di B: è stato nominato ministro del nulla 17 giorni fa solo per non andare a dovuto processo sulla scalata occulta alla Bnl. Poi, dopo l'insurrezione generale e la sconfessione di Napolitano, B. ha ordinato a Brancher di dimettersi.
Berlusconi torna da un viaggio, constata il fallimento della sua
spallata sulla legge bavaglio, e dà del traditore a Fini.
Nelle
scorse 36 ore sta saltando il suo progetto autoritario, la sua vera
riforma della legislatura. Una legge fintamente accorata per la privacy
(di lorsignori, che invece dovrebbero essere case di vetro, sempre
indagabili, perchè uomini pubblici) ma che in realtà è una grande patto
di silenzio e di copertura sul sistema di potere di B. Persino sulle sue
propaggini più rivoltanti, come quelle impersonate da Dell'Utri.
La
legge bavaglio è il perno del nuovo carisma che B. cerca di ricrearsi
presso i suoi. Il nuovo patto. Vi garantisco impunità e protezione, è il
messaggio vero. Dopo aver perso la faccia con gli italiani con la
D'addario, le escort, la cricca, le rivelazioni sulle bombe del 92 e la
fondazione di Forza Italia e tutto il resto che abbiamo appreso in
questo ultimi 18 mesi ci riprova con il bavaglio. Facile, popolare tra i
suoi sodali, ma purtroppo un mezzo golpe.
Purtroppo per lui,
però, non è più il B. di un tempo. Fa errori grossolani. Come la nomina
di Brancher a finto ministro, suo accolito in affari occulti, solo per
usare quell'altra vergogna che è il legittimo impedimento.
Nelle
scorse 36 ore numerose crepe si sono formate nel suo sistema di potere e
politico. La base della Lega ha cominciato pesantemente a rumoreggiare
sullo scandalo Brancher (di cui si ipotizzano ora dimissioni a breve), i
finiani hanno accentuato il loro sostanziale no alla legge bavaglio, e
si sono schierati per il mantenimento di un sistema di legalità vitale
in un Paese in patente crisi (economica, finanziaria, culturale, di
lavoro, di futuro) come è oggi l'Italia.
Lo stesso Capo dello
Stato ha ribadito che lui, questa legge così com'è, non la firma. Va
pesantemente riformulata in Parlamento, casomai, e secondo le regole
costituzionali. Il blitz è inutile, non funziona. La bavaglio, anche
emendata costituzionalmente (ovvero, cari magistrati, non esagerate con
l'uso di intercettazioni sulla sfera del puro privato) non sarà più il
patto di impunità. Sarà una sconfitta per il vero B.
A questo
punto il Pdl e la coalizione di governo cominciano a traballare sul
serio. E B. fa ancora una volta la voce grossa e probabilmente prepara
l'epurazione di Fini e dei finiani.
Funzionerà per far passare il
nuovo patto autoritario e anti-legalità? Non credo. Lo leggo come un
altro sintomo dell'avanzato declino di B (eufemismo gentile, parlerei
piuttosto di decomposizione).
Mercoledì scorso, alla Casa della Cultura di Milano, ho forse
cominciato a capire che cosa questa destra al potere nella città ha in
mente per i prossimi dieci anni di una delle maggiori metropoli
europee. Mattone, in pratica e soltanto mattone. E poi forse persino un
bel mercato di derivati, di permessi di edificabilità scambiati tra
speculatori, titoli amministrativo-elettronici come mai se ne sono
visti nella storia dell'urbanistica. E insieme una città povera di
servizi, di verde, di nuove energie, di beni pubblici sostenibili. Una
città sempre più povera per noi (ma illusoriamente ricca per
lorsignori).
Il fondamento di questa operazione si chiama Pgt,
piano di governo del territorio. Un programma pluriennale (5 anni
formali ma di fatto 30 e oltre, per le nuove regole edilizie che
statuisce) che definisce previsioni di sviluppo urbano e urbanistico,
detta linee di intervento e definisce politiche, parametri e obbiettivi
di fatto per i prossimi decenni in materia di urbanistica e gestione
del territorio.
Il Pgt di Milano prevede, stando per esempio alle
analisi esposte alle Casa della Cultura da parte di Antonello Boatti,
Giuseppe Boatti e Sergio Brenna (tre docenti del Politecnico di
Milano) un autentico diluvio di cemento sulla città, sufficiente ai
suoi fabbisogni edilizi per almeno cento anni. Darà l'avvio a permessi
di edificazione per milioni di metri quadri (in grattacieli) dove oggi
si stende il polmone, in parte agricolo del Parco Sud. All'insegna
della deregulation edilizia "densa" di aree oggi non abitate come
tronchi ferroviari, caserme e quant'altro. Non solo, da quanto ho
capito (e sono un neofita, ignorante, ma ho posto molte domande) la
densità abitativa milanese, oggi nella media italiana, viene innalzata
oltre i limiti. E vi è, a fondamento, una previsione a dieci-venti anni
di una Milano che viene data in crescita di 400mila abitanti nei 5
anni prossimi.
In pratica: il Pgt punta su una Milano da "boom
del mattone" continuato. I palazzinari avranno mano completamente
libera, potranno "cubare" quanto vorranno, non saranno ostacolati da
standard urbanistici (ridotti ai minimi termini) nè dal costo degli
oneri di urbanizzazione (super-scontati) , potrenno persino creare
derivati immateriali sui permessi di edificabilità, la densità
abitativa viene innalzata, il rapporto con il verde urbano e i servizi
messo in assoluto secondo piano.
E il Pgt, altro elemento
decisivo, è un piano che Milano si costruisce "egoisticamente" da sè.
Non vi è accenno infatti a un'urbanistica di metropoli allargata, di un
progetto concordato con l'hinterland, di una visione di conurbazione.
Tanto mattone su Milano e basta. E tanto mattone speculativo. Senza
qualità.
Rimando, come ho detto, ad altre presentazioni e ben
altre analisi una disamina più appuntita e precisa del Pgt. Ma, come è
stato osservato mercoledì scorso, l'idea che lo sottende è quella,
ormai vecchia, di uno sviluppo solo via edilizia da palazzinari. E gli
interessi dietro l'attuale maggioranza politica al Comune (e in
Regione) coincidono perfettamente con questa impostazione.
Secondo
Giuseppe Boatti il Pgt "non è emendabile, ma da rigettare".
Domandiamoci infatti: è accettabile un piano di questo genere (che
detterà le linee politiche di fondo in urbanistica anche alle
amministrazioni future) in questo momento storico?
secondo Boatti saremmo al secondo fallimento previsivo. Il precedente
Piano regolatore della città, sviluppato negli anni 80 da
un'amministrazione di centrosinistra, è stato un flop totale perchè
puntava tutto su una visione "industrialista" di Milano (in particolare
sul recupero delle aree industriali dismesse) mai realizzatasi. Milano
infatti, come tante metropoli d'Europa, in quei decenni ha vissuto un
preciso trend di deindustrializzazione, e la visione del suo Piano
regolatore è stata smentita dai fatti.
La visione retrostante di
questo Pgt, orientato al secondo e terzo decennio del secondo
millennio, è una visione altrettanto obsoleta di crescita
edilizia della domanda abitativa. Del mattone puro e semplice. Travolge
spazi verdi come il Parco Sud in onore di questo feticcio, prevede
insediamenti verticali ovunque...ma è realistica?
Moltissime
altre città europee, per i prossimi decenni, prevedono un futuro molto
diverso, se non opposto. Una sfida sulla
sostenibilità delle conurbazioni, le reti di servizi, la qualità della
vita, l'energia, il risparmio e l'efficienza energetica, la produzione
di cibo e risorse a chilometro zero, le infrastrutture culturali, di
ricerca, le aggregazioni educative e tecnologiche....
Su questo
blog vale il caso di rileggersi questo
intervento di Jeremy Rifkin che in sostenza lega il futuro europeo
dei
prossimi vent'anni alla politica sulle città, alla loro
trasformazione radicale in un mondo che si avvia, altrimenti, alla
crisi permanente (e persino alla catastrofe) da esaurimento relativo
delle principali fonti fossili.
Bene, il Pgt di Milano appare
totalmente divergente con i piani regolatori (di conurbazione) che oggi
si fanno a Monaco, Parigi, Berlino, Londra, Copenhagen. A
Palazzo Marino si parla solo di mattone, e si condanna la città ad un
futuro fallimentare, di discesa verticale del suo valore e anche della
sua attrattività abitativa, se non (forse) per schiere di
extracomunitari poveri che campano e camperanno in nero.
Infatti,
già oggi orrende colate di cemento (come quella della stazione
Garibaldi) hanno praticamente la certezza di restare vuote. Al punto da
prevederne oggi, un futuro, solo come centri commerciali. Nuovo
terziario avanzato privato? Zero. E lo stesso vale per il fallimento
Zunino, per i
guai di Ligresti e altri palazzinari della città. E così per gli affari
edilizi privilegiati alla
Compagnia delle Opere per il Policninico e l'Istituto dei Tumori. Il
mercato gonfiato e
speculativo dei fulgidi anni 2000-2007 pare irrimediabilmente
arrestatosi e invertitosi di segno. Solo il Pgt continua a nutrire
questo sogno-bolla di selvaggio capitalismo edilizio a crescita
infinita.
Non
prevedendo un progetto su scala metropolitana e di conurbazione (non
pretendo un Pgt concordato tra 57 comuni ma sarebbe ciò che serve
invece delle inutili Provincie), non prevedendo politiche per il
passaggio di classe energetica degli edifici (il nuovo rigorosamente in
classe A o A+ e il vecchio almeno passato in classe B), non prevedendo
investimenti sulle reti ferroviare e di trasporto pubblico di
conurbazione, e sui servizi evoluti, questo Pgt finirà per ridurre il
valore di Milano, anzichè aumentarlo. Milano è già una camera a gas e di
micropolveri, ma questo a Masseroli (assessore
) e alla Brichetto-Moratti non interessa. Meglio un tunnel
da Rho a Linate per consentire nuovo traffico fossile e velenoso.
Non
c'è una idea sulla
messa a valore della falda idrica (una benedizione naturale lombarda e
milanese per la geotermia delle pompe di calore), nè sui tetti
fotovoltaici, nè sulle strade attrezzate (qui un esempio,
e di quanto potrebbero rendere e aggiungere valore), sulla mobilità
ibrida o elettrica, sui campus universitari, sui teatri, sulle aree per
un'ordinata e vivibile convivialità serale e notturna....solo per fare
qualche esempio. Niente idee, solo mattone deregolamentato e protetto
da oscure preferenze di casta e di lobbies. E
impoverimento prevedibile della città.
Qualsiasi costruttore
edile che non sia uno speculatore, oggi, infatti, non mette un mattone
su un altro se non per edifici almeno di classe A. Gli altri, dice,
sono di fatto invendibili. Chi infatti si comprerebbe un appartamento
in
un colabrodo energetico che poi, per 20 o 30 anni, ti costringe a
spese di riscaldamento e di gestione proibitive? Solo, forse, chi
affitta a
caro prezzo a disperati....
Chi, all'opposto, non verrebbe a
vivere in un quartiere modello come quello di Malmoe, con le sue strade
silenziose percorse solo da biciclette e veicoli elettrici (o ibridi a
biogas), riscaldamento a pompe di calore condivise, energia eolica,
acqua calda solare e tetti fotovoltaici in edifici piccoli e ben
isolati. Malmoe negli anni 70 era una città cantieristica in crisi.
Oggi i suoi quartieri sostenibili, popolati da professionisti danesi e
svedesi, hanno fatto registrare un valore del metro
quadro cresciuto di dieci volte in poco più di dieci anni.
Risultato:
se le analisi dei Boatti e dei Brenna sul Pgt fossero passate in input
a un valente staff di economisti questi potrebbero esercitarsi in
istruttivi modelli di simulazione, basati su dati e trend europei. E
qui faccio una scommessa su cosa ne verrebbe fuori, con ogni
probabilità. Usando trend riconoscibili (e non la cieca fede nel Dio
mercato) verrebbe fuori che la bozza di Pgt attuale contribuirà non
all'ingresso ma alla repulsione degli ingressi abitativi pregiati a
Milano, alla caduta
dei valori immobiliari, a una città popolata di forza lavoro a basso
costo, all'acutizzazione delle tensioni, a un impoverimento persino del
suo ceto medio commerciale,
finora pilastro primario della destra che domina il Comune. E a un
Comune sempre più povero, deprivato della sua capacità di investimento e
con entrate fiscali in calo strutturale.
Risultato:
la destra che mangia se stessa. Un trasferimento di risorse future dai
commercianti di Corso Buenos Ayres (che avranno meno clienti, e di
profilo più povero) agli speculatori finanziari dei
permessi virtuali di edificabilità (bolla), alle cooperative cielline e
alla
Compagnia delle Opere ammanicate varie, alle "Real Estate" presenti e
future. Vi conviene, cari
aficionados commercianti di La Russa?
E poi, quale giovane
cervello
scientifico o innovativo vorrà venire ad abitare in una metropoli
sempre più brutta, diseguale, densa di cemento, cara, povera di servizi
pubblici, di strutture culturali, con Università urbane trasandate e
senza campus
(si vada solo a Pavia per un confronto), con strutture sportive,
parchi, aree ricreative e di socializzazione ridotte al lumicino, e
confinate in tristi resse serali alcooliche lungo gli stretti navigli?
Certo,
forse Ligresti o Cabassi costruranno per lui un grattacielo confinato
(e recintato) nel parco sud a finta sostenibilità. Ma, una volta fuori
da quel recinto per ricchi?
Quale città ci vogliono vendere? La
nostra, quella per i nostri figli o quella di proprietà di Formigoni,
Ligresti, coop bianche e dalemiane, di Goldman Sachs e speculatori (a
debito) vari?
Per questo l'autentica guerra ostruzionistica
ingaggiata dai consiglieri di opposizione in Consiglio Comunale (Milly
Moratti. Basilio Rizzo, Pierfrancesco Majorino e altri dal Pd all'Idv)
mi pare sacrosanta. Questo Pgt, per sua concezione di fondo, non è
emendabile. Ma solo cancellabile. Ed è fondamentale che non venga nè
adottato nè approvato. E che l'idea a medio termine di Milano sia così
il terreno aperto delle prossime comunali (primavera 2011). Una grande e
cosciente chiamata a scegliere il futuro della nostra città. Una
discussione democratica sul nostro futuro, fino a un progetto umano e
sostenibile e, insieme, all'elezione di coloro che dovranno (insieme a
noi)
attuarlo.
Aiutiamoli quindi, prima che sia troppo tardi. E che
non cominci, con questo scellerato Pgt, il suicidio di Milano
sull'altare dell'illusorio, e derivato,
mattone capitalistico squilibrato.
Milano (a
mio parere di
giornalista specializzato in temi anche energetici e ambientali) deve
ormai
decentrarsi in una rete di municipalità in grado di coinvolgere, anche
con opportuni incentivi, le comunità di cittadini in un progetto-rete
di sostenibilità dal basso, di coscienza degli stili di vita, di
valorizzazione degli spazi, di qualità
crescente e di messa a coltura dei beni pubblici condivisi.Come avviene
nelle migliori città d'Europa, da Malmoe a Friburgo. Altro che Pgt di
Ligresti, Cabassi e Compagnia delle Opere.
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Appello:
APPELLO ALLE PERSONE RAGIONEVOLI E DI BUONA VOLONTA':
L'azione
emendativa svolta in Consiglio comunale nei confronti del progetto di
PGT presentato dalla Giunta, pur avendo ottenuto qualche risultato per
quanto riguarda il contenimento degli indici perequativi sulle aree dei
parchi territoriali e l'inserimento di quote di edilizia sociale nei più
rilevanti ambiti di trasformazione urbana lascia irrisolti altri
aspetti critici fondamentali del Piano e cioè principalmente:
*
La totale mancanza di un quadro di riferimento per la pianificazione
dell'intera area metropolitana milanese ( dove vive una popolazione
complessiva che è il quadruplo di quella del capoluogo ) in contrasto
con quanto avviene in quasi tutte le aree metropolitane europee.. La
conseguenza certa sarà uno scontro competitivo con i comuni
dell?hinterland, a tutto danno dell'efficienza dell'intero sistema
metropolitano.
* Le quantità edificatorie complessive create sono
del tutto avulse dalla reale dinamica demografica e della produzione
edilizia, in rapporto alle quali i volumi messi a disposizione dal piano
sono sufficienti per alimentare la domanda edilizia per cinquanta o
cento di anni: il che rende il piano un mostruoso non-piano,
paragonabile ai prodotti peggiori dell'urbanistica del fascismo. Gli
effetti di questo abnorme sovradimensionamento saranno: cantieri
infiniti e discrasia temporale tra realizzazione dei nuovi quartieri e
sviluppo del trasporto pubblico e dei servizi
* Gli indici
edificatori vengono aumentati sino ad oltre 1 mq/mq rispetto allo
0,65-0,75 attuale : ciò significa per un verso una riduzione delle
dotazioni pubbliche al limite minimo imposto dalla legislazione
nazionale del 1968 (18 mq/abitante) o addirittura al di sotto del limite
stesso, quando il resto delle regioni italiane è attestato attorno a
valori di 24-28 mq/abitante e per altro verso, un ingiustificato e
significativo incremento della rendita fondiaria.
* Il piano
rinuncia ogni programmazione del mix funzionale, ed in particolare dei
rapporti tra residenza e terziario con conseguenze imprevedibili sul
sistema della mobilità e sulla vivibilità dei quartieri, a differenza di
quanto avviene in tutto il mondo, dove i grandi attrattori terziari
vengono accuratamente programmati e adeguatamente serviti, mentre i
nuovi quartieri residenziali vengono sistematicamente protetti dalle
interferenze più invasive.
* Il meccanismo perequativo immaginato
è incontrollato, farraginoso, probabilmente irrealizzabile e viene
illegittimamente esteso alle aree agricole, creando un mercato
finanziario di diritti edificatori dei quali non è prevedibile dove,
come e quando si trasformeranno in scelte insediative
* Le aree
di proprietà pubblica (ex scali ferroviari, ex caserme) che il PGT vuole
rendere massicciamente edificabili per fare cassa devono invece essere
destinate a risarcire la città del verde mancante e a garantire grandi
quote di edilizia sociale, come normalmente avviene negli altri paesi
europei.
* La previsione del tunnel automobilistico deve essere
non rinviata, ma cancellata. Essa contraddice ogni assunto di
sostenibilità ambientale a parole enunciato dal piano, e rivela la
mancanza di fede della stessa Giunta nelle sue stesse proposte in
materia di sviluppo delle linee del trasporto pubblico.
* Il
Piano deve essere l'occasione per garantire che la destinazione d'uso
finale delle aree dell'Expò 2015 non sia quello edificatorio privato, ma
che se ne consolidi la destinazione pubblica permanente con meccanismi
perequativi simili a quelli proposti per i parchi territoriali.
Facciamo
quindi appello alle forze politiche perché, affrontando compiutamente e
nei tempi richiesti tali aspetti, diano prova della volontà reale di
farsi difensori civici dell?interesse collettivo della città, fermando
la corsa di questo terribile progetto
Non
è vero. Tremonti l'ha accettata
(come tutta l'Europa a 27, ormai a rischio). E in più con questa
uscita Berlusconi mostra la sue peggiori qualità (da governante, quale
purtroppo per noi, è): menzogna, ignoranza, superficialità e
irresponsabilità.
Forse, ossessionato dalle intercettazioni della
"cricca" e della D'Addario, ormai vive fuori dal mondo. Il che è
piuttosto pericoloso per un Paese guidato da uno nelle sue condizioni.
Un
consiglio. Il padreterno di Arcore (fallito, si vedano i risultati dei
suoi scorsi 16 anni di governo), prima di mettere i suoi (ormai
piccoli) bastoni tra le ruote all'Europa, dovrebbe quantomeno umilmente
leggersi e rileggersi questo
post.
E confrontarlo con questo
articolo, uno dei tanti (ma più espliciti, in stile inglese).
Dove le trova le risorse, il
Napoleone di Arcore (e Palermo) per contrastare una recessione (e forse
depressione globale) strutturale? Alzando ancora le tasse in un Paese
che oggi ha la pressione fiscale (sul lavoro dipendente, beninteso) più
alta d'Europa?
Come contrasterà la prossima crisi da prezzi
petroliferi, con il fallimento pubblico italiano?
Tremonti,
Fini, Bossi, per favore: mettetelo in condizioni di non nuocerci.
Il filo interpretativo degli ultimi tre post, il primo
sulla centralità e realizzabilità di una visione di sviluppo
sostenibile dell'Europa (Rifkin e dintorni miei), il secondo
su quel sistema di tassazione all'eccesso di capitalismo
finanziario ormai evidente, il terzo sulla
visione di beni pubblici al contempo di qualità migliorata e di
redditività (anche sociale) a guadagno condiviso, mi portano ad alcune,
spero utili riflessioni aggiuntive.
E' il caso però di premettere
una considerazione frutto dell'attualità degli scorsi giorni. La
riassume con eloquenza Giuseppe D'Avanzo sulla Repubblica di oggi.
Berlusconi
e il berlusconismo non sono il nostro destino. La legge bavaglio, come ho tentato di
argomentare, è solo il portato, il tentativo di inchiodarci la cassa
da morto di 18 anni fallimentari, di cui in pratica 16 governati da lui
o da gente come lui (D'Alema). Coprire questo fallimento, anche
esistenziale personale (D'Addario e altro...) con un bavaglio
all'informazione e alle forze dello Stato, atto a consentire il
proseguimento delle politiche clientelari corrotte (la "cricca"), mano
libera alla criminalità organizzata (i sodali di Dell'Utri), e gli
affari privati del premier non sta funzionando.
Nè sta
funzionando una manovra di tagli agli enti locali tirata con il
righello, di fatto assassina anche del federalismo fiscale (l'unica e
incerta riforma di questa disgraziata legislatura), incapace di
ridimensionare l'elefantiasi della Casta.
Nei giorni scorsi la
maggioranza al governo si è spaccata. Le forze dell'ordine, oltre alla
Magistratura, ai giornalisti e a tanti comuni cittadini come noi sono
insorte. Berlusconi, sul suo disegno autoritario-corrotto, si è trovato
in minoranza. E ora probabilmente (ma non è ancora finita) dovrà fare
una clamorosa marcia indietro su quest'assurda legge che devasta
sicurezza, legalità e insieme libertà fondamentali allo stesso tempo.
E'
il primo sintomo di una constatazione di fallimento
storico, a mio avviso. Dopo 18 anni ci ritroviamo un Paese
pubblicamente impoverito e in stato pre-fallimentare come nel 1992
dell'epilogo di Craxi. Privatamente sempre più diseguale, e sempre meno
propenso a investire, e non bruciare, il suo capitale umano, produttivo e
territoriale. Oltre che più corrotto e che spreca ben un quarto del suo
Pil, in evasione, corruzione, costi della politica record in Europa,
bolletta energetica non necessaria importata, servizio del debito
pubblico e altre allegre voci di spesa. Spero che questa constatazione
di fatto si faccia strada anche tra quel 17% degli elettori, se
pensanti, che ancora votano per l'ex iscritto (e vent'anni fa campione
designato) della loggia coperta e eversiva P2.
I fatti ci dicono
che dobbiamo andare oltre Berlusconi e il berlusconismo, ormai in netta
minoranza e in rapido declino. Ma dove? E come?
Il nostro destino
non è Berlusconi ma, come sempre, è l'Europa. L'Europa che si appresta,
stando almeno alle dichiarazioni dell'ultimo Consiglio d'Europa, a
trarre risorse dalla massa speculativa finanziaria globale per
destinarle (quantomeno spero) a una strategia di difesa dell'Euro e di
sviluppo sostenibile.
Il Dio mercato, il feticcio osannato negli
scorsi anni dalle destre europee (italiana e belusconiana inclusa) non
si è rivelato per nulla efficiente, e capace di autoregolarsi. Anzi.
Consiglio
vivamente la lettura di questa lettera
aperta firmata da cento economisti italiani che lo spiega con
eloquenza. Di fronte alla crisi partita nel 2007-2008 (e in cui siamo
ancora immersi) le ricette neoliberiste si stanno rivelando suicide. Un
intero sud-Europa in stato fallimentare non può essere curato con
ulteriori politiche restrittive. Senza sviluppo rimbalzeremo da stangata
a stangata, fino alla disintegrazione dell'euro e dell'Europa. E se
anche la crescita fosse quella tradizionale, basata sul petrolio e le
fonti fossili (incluso l'insostenibile nucleare da fissione)
rimbalzeremmo contro il muro della "peak oil per
capita", come l'ha definita Rifkin. Sono dati di fatto, non
elucubrazioni.
Ci serve quindi un sistema di politiche non
liberiste, e riequilibratrici sia dell'equazione sviluppo, che di quella
lavoro, che anche di quella risorse e ambiente.
Berlusconi e il
berlusconismo sono lontani mille miglia dalla triplice soluzione di
questo sistema di equazioni.
Abbiamo carte da giocare? E come?
Bè, in un paese che spreca, butta via, e alimenta illgealità e
criminalità per il 25% del Pil di spazi paiono esservene. Ridurre con
forza e determinazione (congreghe dalemiane incluse) quest'area
marcescente per immettere investimenti redditizi (di nuovo valore
economico e sociale) laddove serve mi pare il programma, e il progetto,
del dopo Berlusconi.
Rifkin sostiene che è il territorio, e il
suo sistema infrastrutturale, la chiave. Con lo sviluppo del solare, del
geotermico a bassa entalpia (pompe di calore e geoscambio),
dell'efficienza energetica nelle macchine e nei sistemi (dalle
automobili ibride ai beni di produzione ottimizzati, fino ad
elettrodomestici, illuminazione, reti di riciclo e minimizzazione dei
rifiuti) possiamo trasformare ogni fabbricato, ogni strada, ogni opera
pubblica in punti di produzione, quantomeno parziali, di maggiore valore
aggiunto interno immediatamente monetizzabile (e non condizionato dal
solito concorrente cinese).
Dare lavoro, contrastare
l'impoverimento e l'emarginazione, rialzare il tenore di vita,
re-irrobustire il welfare e renderlo più dinamico, liberalizzare con i
margini necessari, creare consenso e entusiasmo nella ripulitura
dell'Italia dal morbo criminale e della corruzione. Possiamo innescare
finalmente un circolo virtuoso non basato sull'iper-sfruttamento ad ogni
costo, su una imprenditorialità etica e anche civica, e non su un
capitalismo da pescecani. O sulle corporazioni chiuse nel loro orticello
monopolistico da difendere, nella povertà generale, ad ogni costo.
Milano,
e qui vengo al punto, passando dal globale al locale, è una città
appassita ma ancora altamente infrastrutturata. Gli anni di Albertini e
della Moratti sono da dimenticare. Uno sviluppo solo concepito in senso
palazzinaro e mattoncentrico, un sistema finanziario e bancario povero
di idee (ma capace di rifilare derivati al compiacente comune), una
continua lotta di potere tra congreghe mafiose come Cl, Opus dei,
berlusconiani e leghisti. Risultato: il simbolo della Milano di oggi
sono le voragini scavate per fare parcheggi (auto, sempre auto
fossili...) da parte di aziende, molte corrotte e corruttrici, oggi
fallite. Voragini ormai erbose, cintate da transenne arrugginite, e case
intorno spesso minate nella loro stabilità. E intorno strade di asfalto
piene di buche. Il simbolo del fallimento albertiniano, morattiano,
belusconiano, di Cl e del resto delle congreghe di una destra
ininterrottamente al potere dal 1992. Fallita.
L'alternativa è
una Milano che non deve subire i diktat di un'A2A (pallido ricordo di
un'Aem pubblica all'avanguardia, secoli fa) persino più arretrata di
Enel (solo ora contatori elettronici nelle case, a ben otto anni di
diffusione sulle rete distributiva Enel) , una Milano in retroguardia
nel fotovoltaico, solare, pompe di calore, efficienza energetica. Quella
che è possibile è una Milano non più trasandata, sempre più mafiosa e
triste come l'attuale, ma capace di essere ancora una volta progetto di
respiro italiano e europeo. Una metropoli percorsa da un po' di
entusiamo e voglia di viverci.
Un sindaco di svolta. Con una
faccia credibile (anche per il ceto medio milanese, stanco pure dalle
solite facce di una sinistra cittadina cooptata nel sistema, invecchiata
e imbelle) e portatrice di un progetto. Mobilitare i capitali e i
patrimoni di Milano (estremamente rilevanti) per fare questo.
Un
sistema di infrastrutture ringiovanite, più sostenibili, più
redditizie, più partecipate, di migliore qualità, atte a sostenere il
bilancio della città, di generare lavoro e risparmio (e anche rendita
per chi investe, ma non speculativa). Milano come impresa che si tira
fuori, con il suo lavoro etico, dalla grande crisi.
E poi investe
sul resto, avendo creto un motore sostenibile e di lungo periodo. Altro
che truffa Expo a beneficio di quattro palazzinari semi-falliti.
E'
possibile, ma soprattutto è necessario.
Non serve
un magistrato nè una capitalista autoritaria, nè un ciellino mediocre,
nè un avvocaticchio di turno. A Milano serve un progetto preciso, e una
persona giovane e capace in grado di eseguirlo. Con uno staff
altrettanto.
Ieri ho avuto una lunga conversazione con un imprenditore bergamasco e
con un architetto milanese. Spero di scriverne su Nòva. Il punto verteva
sulle strade del futuro. Come beni pubblici ad alta produttività, e
anche redditività.
Una strada è solo una strada, direte.
Sbagliato. Una strada è una infrastruttura viva, un lungo pezzo lineare
di territorio, un sistema attrezzato sotto (canali di scolo, strati di
fondo vari), ai lati (consolidamenti di tratti montani, paratie
antirumore...), una strada è anche gallerie, aree di sosta e di
servizio, rifornimenti, autogrill, svincoli, semafori, cartelli. Una
strada richiede investimenti e lavoro continuo, può richiedere
estensioni, raddoppi, modifiche di tracciato...
Bene, questo
lungo pezzo lineare di territorio, ai lati spesso inutilizzato può
accogliere pensiline allo stesso tempo antirumore e fotovoltaiche (nei
punti giusti). E, in altri punti giusti, il suo sistema idrico (spesso
rudimentale) di drenaggio delle sue acque sporche (il passaggio delle
auto genera residui di gomma e micropolveri di ferodo, per esempio) può
sfruttare differenze di temperatura per sistemi a pompa di calore
geotermici. In alcuni tratti la strada può essere sede e collettore
anche di energia eolica. Risultato: un lungo "real estate" pubblico
lineare per produrre energia rinnovabile, con investimenti tutto sommato
limitati (i cavi elettrici già corrono lungo le strade, e spesso anche
le fibre ottiche).
Supponiamo che una strada, anche urbana, con
investimenti aggiuntivi del 20%, generi ricavi energetici, dopo 6 anni,
superiori a quanto investito. Il bene pubblico resta tale, ma un
business plan ben calibrato su questa strada ci dice che:
1) Un
imprenditore che sa gestirla correttamente ci guadagna e può investire
in altre strade pubbliche italiane;
2) Una pubblica
amministrazione, partner dell'imprenditore, ci guadagna anch'essa, si
ripaga o vi risparmia spese di manutenzione e l'opera pubblica cessa di
essere un puro costo per lei diventando un investimento positivo per il
suo bilancio;
3) La messa a "coltura" dell'enorme patrimonio di
strade in Italia, urbane e non, può risparmiare al territorio agricolo,
a parità di energia rinnovabile prodotta, l'invasione da parte di
grandi campi fotovoltaici concepiti per un facile ritorno sugli
incentivi del conto energia
4) Lo stesso identico concetto lo si
può applicare ad altri beni pubblici. In pratica a tutti gli edifici
pubblici che, come sostiene
Rifkin, davvero possono divenire produttori, parziali o persino a
sovrappiù di energia. Il bene pubblico da costo diventa investimento.
Le
implicazioni di questi quattro punti sono interessanti. Innazitutto ci
dicono che l'attuale strategia di privatizzazioni dei beni pubblici è
sbagliata. Non solo perchè un bene essenziale come l'acqua viene fatto
pagare ai cittadini a costi superiori. Ma soprattutto perchè il futuro
sta in una partnership a valore aggiunto tra Pubbliche amministrazioni e
forze imprenditoriali, in cui nelle seconde non vanno viste solo gli
impreditori privati, ma anche cooperative e associazioni operative sul
territorio.
La gara per un'opera pubblica cessa di essere
l'attuale corsa al massimo ribasso (coperta poi da sovraccosti in corso
d'opera, spesso tangenti e corruzione) ma la scelta razionale, e
possibilmente anche partecipata, tra più business plan diversamente
configurati, ma con tassi di redditività, anche per le comunità
tangibili.
Mi spiego. Supponiamo che l'azienda A proponga al
comune C un progetto per una strada, un gruppo di edifici, tale per cui
si ottiene, in 6 anni, il rendimento netto del 30% reale (non
finanziario) sugli investimenti. Il progetto A richiede qualche
sacrificio ai cittadini ma in compenso genera fondi, chessò, per
costruire una nuova scuola o istituto tecnico. Il progetto B,
presentato da un'altra azienda, non richiede quei sacrifici ma rende di
meno, il 10%. La comunità viene chiamata a scegliere, e valuta i due
business plan. Sceglie mettiamo A e la stessa comunità vigila perchè gli
obbiettivi vengano raggiunti e la scuola "a costo zero" effettivamente
costruita e messa in funzione.
Il bene pubblico redditivo, anche
per le comunità, diviene terreno non solo di riequilibrio energetico e
ambientale, ma anche di investimento su altri beni pubblici. Proseguendo
nell'esempio, in una terza fase la comunità locale può proporsi di
generare nuove rirose per avviare, nell'istituto tecnico, un laboratorio
di ricerca, innovazione industriale e un incubatore per nuove imprese
avviate dagli studenti locali.
Credo sia sufficiente a dare un
senso concreto alle tesi di Rifkin.
L'opera pubblica, se privatizzata sic et simpliciter a un privato che
poi ne diviene monopolista, si traduce quasi sempre in una perdita secca
per la comunità (valga il caso Autostrade), se invece messa a valore su
una partnership intelligente, innovativa e partecipata potrebbe avere
un esito completamente opposto. Anche in termini di nuovo lavoro, di
beni pubblici di qualità più alta (non al puro minimo costo -
illusorio), di minor corruzione, di reinvestimento in ulteriori beni
pubblici.
In due parole: di sviluppo sostenibile.
Corrado, ho
risposto ai tuoi link critici sul master plan romano fatto da Rifkin e
associati?
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Questo implica anche che i
grandi comuni metropolitani, tutti politici e lontani dai cittadini e
dal territorio,sono obisoleti, vanno suddivisi (come ha cominciato a
fare Roma con i suoi Municipii) in entà gestibili, accessibili e
partecipabili nelle scelte informate del prossimo futuro. Pena la
stagnazione, la corruzione e l'immobilismo.
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La
chiave? Riprogettare l'amministrazione delle nostre metropoli (ma non
solo) a dimensione di comunità attivabile. La vera nuova pietra
filosofale di un assetto efficace, di un federalismo non punitivo, di
una sussidiarietà calibrata sull'uscita dalla crisi.
C'era una volta un'associazione di gauchistes francesi, chiamata Attac.
Predicava solitaria una proposta impossibile: la Tobin tax, la tassa
sulle transazioni finanziarie speculative, allora a tre volte, e ora
salite a 11 volte all'anno il Pil mondiale (in termini di di titoli
derivati che formano il castello instabile, sul nostro lavoro, di
lorsignori contafagioli creativi).
Oggi leader
conservatoricome Sarkozy,
la Merkel e Barroso hanno celebrato il trionfo di questi sinistri
pazzi da internamento della rive gauche. La Tobin tax è la proposta
europea, al mondo, ai primi suoi venti Governi. La fonte, con ogni
evidenza, del piano di rilancio.
Con buona pace di Dell'Utri e degli altri falliti purtroppo al governo
di Ausonia. Complice una sinistra italiana imbelle, dominata dal vuoto
dei d'Alema.
Chi scrive ne è pienamente felice. Basta con questo
capitalismo regredito ai pescecani (sanguinari) del primo novecento.
Quindici anni dopo l'Europa esplose. E a noi costò 800 mila giovani
italiani massacrati in trincea. E poi il fascismo. E infine un altro
analogo bagno di sangue.
Se la storia è maestra mettiamo barre di
contenimento nel reattore nucleare dei computer finanziari. In meno di
due anni, da quel settembre 2008, le undici volte derivate sono di nuovo
state superate.
Le famiglie
italiane, meno indebitate della media europea, hanno capito la storia
molto di più dei loro governanti.
Che fine ha fatto il sogno europeo, su cui Jeremy Rifkin si esercitò, in modo piuttosto suggestivo, nel 2004, con un libro di successo?
Qui una sua corposa intervista a EurActiv, una rivista online finanziata dall'Unione Europea (lettura altamente consigliata).
In cui difende la sua tesi, e nel momento peggiore per l'Europa.
Il pregio di questa intervista, per una volta tanto, è quello di fornire, in tempi ristretti e nevrotici come sono quelli che viviamo, un quadro interpretativo "largo", abbastanza fondato (anche se qualche passaggio appare semplificato) e soprattutto positivo.
Il messaggio di fondo è: l'Europa è il laboratorio del mondo, oggi, di fronte a una crisi epocalmente strutturale su cui rischiamo tutti di rimbalzare continuamente, ad ogni tentativo di riattivare il vecchio modello di sviluppo, basato sulle fonti energetiche fossili, ormai insostenibile per il pianeta e la civiltà umana.
L'Europa è l'unica in grado di risolvere la crisi strutturale definendo un modello civile accettabile per la civiltà umana evoluta. E non a ritorno di barbarie.
L'Europa (allargata al Mediterraneo) è l'unico polo al mondo in grado di mobilitare un mercato evoluto da un miliardo di persone, di sviluppare ricerca, innovazione e produzione industriale su vasta scala per costruire un futuro "post-carbon" in grado di risolvere, in avanti, la crisi strutturale. Di cui le attuali manifestazioni finanziarie sono solo, per Rifkin, un fenomeno derivato, di superficie.
Con l'entrata in scena di colossi come Cina e India la seconda rivoluzione industriale (quella sviluppatasi in Usa, in Europa e in Giappone dagli anni 50 agli anni 80, la civiltà basata sulle fonti fossili) è entrata in crisi. Ogni qual volta questi colossi accelerano nel loro sviluppo (e tendono strutturalmente ad accelerare, con una forza lavoro di centinaia di milioni di persone che ogni anni cerca di entrare nella sfera del lavoro industriale, e di un tenore di vita non più feudale) la civiltà umana, il mercato, il sistema economico e sociale va a sbattere contro il muro delle risorse. In primis il petrolio.
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.....the real crisis hit in July 2008. That's when oil
reached $147 a barrel on the world market. Prices went through the roof
from food to petrol. Food prices soared in 30 countries, because
everything is embedded with oil: fossil fuel. Our food is made out of
petrochemicals, fertilisers and pesticides. Almost all our
pharmaceutical products are petrochemical-based: our clothes, our
construction materials and our civilisation are based on fossil fuel.
When prices hit $147 a barrel - world prices went through the roof -
inflation soared and purchasing power plummeted. In July 2008, the
economic engine of the second industrial revolution shut down. That was
the economic earthquake. The collapse of financial markets 60 days later
was the after-shock.
This is what I call peak globalisation and
it's an end game for the second industrial revolution.
As you know, leaders are dealing with the after shock: the financial
bubble. As long as they are all dealing with this, they are not grasping
the historic importance of what is happening.
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I limiti alle risorse, ci stiamo sbattendo sopra (Limits of growth, previsione originale del 1974)
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La crisi avverrà ancora e ancora. Le bolle finanziarie sono solo il portato (in termini di capitali sovrabbondanti rispetto alle reali e redditizie possibilità di investimento nei canoni tradizionali, ormai obsoleti) in un mondo in cui bisogna ormai trivellare a 3mila metri sotto il mare, e per altri tremila nel profondo, per estrarre idrocarburi fossili vitali, ma a costi di produzione esorbitanti, a fronte di una domanda in crescita, da parte di India e Cina (per semplificare) tale da richiedere per i prossimi 20 anni altre quattro Arabie saudite. Che non ci sono. Quantomeno ai costi di produzione del barile dei "facili" anni 60-70. Un buco nel deserto in un giacimento gigante e via.
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When China and India made a bid - starting in the 1990s at a 10%
blistering growth rate - to bring a third of the human race into the
second industrial revolution, the demand pressure started to build
against supply and in 2008 the demand against supply was so great that
it hit $147 a barrel and the engine turned off.
The reason this is
important for Europe and the world is that as soon as the economy is
starting to recover, oil is going to go above $60-70 a barrel.
Increasing demand against the limited oil reserves will inevitably force
prices to go up, and when that happens it will collapse again and the
engine will switch off again: that is an end game.
Each time that
we are trying to re-grow the global economy, it puts more demand out
there, with developing countries like China and India joining the game.
Oil prices will go up, short circuit and cut off the engine every single
time.
It is going to be a boomerang effect. When this happens for
the second time, you are going to see panic.
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L'aumento nel costo di produzione del petrolio da 100 anni a questa parte....
Fonti fossili insostenibili, ma anche vecchio nucleare da fissione (con il suo - scarso - uranio sfruttato solo al 2% e poi tradotto in scorie tossiche centenarie). L'alternativa proveniente dal passato semplicemente non esiste. Si può solo guardare avanti, e con coraggio (a differenza dell'attuale, e fallito, governo italiano).
A un progetto di sviluppo sostenibile. Basato su quattro pilastri: fonti rinnovabili; produzione energetica distribuita e attiva su tutti i soggetti e le opportunità possibili (fonti multiple, non solo solari e eoliche ma anche geotermiche, a bassa e alta entalpia, idroelettriche e mini-idro, piccole e grandi, fino ad ogni casa come produttrice parziale di energia, o di risparmio energetico, i negawatts di Lovins); una rete energetica mediata dall'idrogeno (come vettore, un vecchio pallino di Rifkin). E infine il sistema di mutuo scambio energetico, sulla rete bidirezionale, derivata, nel software, da Internet.
La visione tecnica di Rifkin, già sviluppata nel 2002 in "economia dell'idrogeno" è ancora in parte futuribile e discutibile. Nessuno ha ancora una tecnologia consolidata di storage energetico sicuro e economico basato sull'idrogeno, per esempio. E le celle a combustibile sono ancora un prodotto costoso e a ciclo di vita breve. Nonostante questo il suo scenario si sta realizzando, a otto anni di distanza, a più del 60%. Le rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, coinvologono centinaia di migliaia di produttori energetici piccoli e grandi in giro per l'Europa, l'eolico è una realtà, la grid, la rete elettrica intelligente e bidirezionale è ormai prossima al suo primo ciclo di industrializzazione su vasta scala, i mercati elettrici e energetici europei sono divenuti più fluidi e a minor barriera all'ingresso anche per i micro-produttori. Il trend, al di là di alcuni pronostici su singole tecnologie, è di sicuro centrato. Se poi vi aggiungiamo opportunità come l'eolico di alta quota, la geotermia di terza generazione, il solare termodinamico nella sponda sud del Mediterraneo e nel Sahara, abbiamo il quadro di un progetto di lungo periodo, in presenza di prezzi petroliferi e fossili (gas) strutturalmente in crescita, di lavoro e di riconversione alla sostenibilità globale.
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Il progetto Trec del Club di Roma
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Il progetto Corridors esteso all'idrogeno
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Come finanziare questo progetto, in una fase in cui l'intero Sud-Europa sembra paralizzato nella stretta finanziaria, dell'austerità fiscale dei bilanci pubblici, e del rischio di fallimento di intere nazioni?
Rifkin cita alcuni studi (in primis sulla città di Roma) sulla possibilità di convertire gli investimenti infrastrutturali comunque correnti, e incomprimibili, in investimenti rivolti al futuro. E con poca spesa aggiuntiva, solo pochi punti percentuali di aggravio.
Posso crederci. Predisporre un nuovo building a una maggiore sostenibilità (rispetto ai colabrodi energetici attuali) non è opera titanica. Mettere contatori elettronici al posto dei vecchi elettromeccanici anche. Creare colonnine di rifornimento elettriche per auto e scooter ibridi è prassi già ampiamente consolidata, in Europa come in Italia. Premiare chi ricicla, risparmia, anche. Si può fare molto, moltissimo, anche in tempi duri come questi. Magari traendo risorse dagli sprechi, dall'evasione, dalla tassa che paghiamo alla corruzione, da un sistema politco elefantiaco a cinque livelli amministrativi sovrapposti, e a una bolletta energetica di importazione che potremmo ridurre, sviluppando nostre fonti (solare e geotermico) di cui abbiamo abbondanza potenziale (slavo accordi con dittatori come Putin e Gheddafi). Con una politica di sviluppo diversa (e non al solo Berlusconi) potremmo davvero fare molto.
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Il fallimento di un'Italia che brucia almeno il 25% del Pil
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Rifkin sostiene che molti leader europei sono coscienti di questa sfida e del possibile rilancio del sogno europeo. Cita la Merkel, Prodi, Barroso e...il sindaco di Roma. Anche questo è una segnale eloquente, dal nostro punto di osservazione italiano.
Prima la cacciamo, questa nostra classe dirigente fallita (e da 18 anni), prima ci agganciamo a un progetto positivo e credibile e meglio è. Scusate, ma questo è un commento mio personale. A una bella intervista a Jeremy Rifkin che qui vi ri-propongo.
Se si adotta la mia analisi, e il mio punto di vista che verte sul fallimento (politico, amministrativo, finanziario, sociale e demografico) italiano e sud-europeo, si capisce perfettamente perchè l'attuale capo-fallito italiano stia disperatamente cercando di mettere un bavaglio ai magistrati, giornalisti, Rai e Santoro. A tutte le voci libere che può.
Da oltre 18 anni l'Italia fallita si dibatte nella sua progressiva miseria. Dopo gli anni da bere (e vomitare) di Craxi. Oggi questo dibattersi per accaparrarsi le poche risorse disponibili, sempre più corrotto e sporco, sta compiendo un salto di qualità. In termini di aggressività, spietatezza verso i più deboli. e soprattutto strutturalità. E, rebus sic stantibus (Pd inesistente e colluso compreso) durerà almeno altri dieci anni, o forse persino altri venti, quanti ci separano dall'altro grande fallimento, quello di Bettino Craxi. Il silenzio patologico e dittatoriale è quindi d'obbligo per il mantenimento di questo potere che fa del male agli italiani.
Fa specie che persone in teoria intelligenti come Fini, quelli di FareFuturo e la fondazione montezemoliana non abbiano colto questa elementare verità. O partecipino anche loro al gioco della disinformazione degli italiani. Quantomeno sugli scorsi vent'anni e il bilancio che chiunque dovrebbe trarne.
Più la crisi si farà dura e più il capo-fallito risponderà con l'autoritarismo e la faccia feroce. Non ha altro da esibire. Per quanto mi riguarda questa sporcizia non deve passare.
L'Unione fa l'ombrello, ma non il manico. I ministri economici
dell'Eurozona hanno tenuto a battesimo il fondo salvastati da 440
miliardi, lo strumento destinato a raccogliere finanziamenti da «Tripla
A» qualora sia necessario proteggere un paese in crisi debitoria. E' un
passo verso il coordinamento rafforzato fra i Sedici, una buona notizia
oscurata dall'euro ai minimi da quattro anni come dalle tensioni che
corrono sulla linea Parigi-Berlino. Ieri, all'ultimo istante, è saltato
il vertice fra Angela Merkel e Nicholas Sarkozy. Ufficialmente sono
stati «problemi di agenda», urgenze che hanno consigliato di rinviare
l'appuntamento a lunedì. In realtà, si parla di dissidi proprio su come
impostare il governo dell'economia a dodici stelle. Dissidi gravi come
non se ne vedevano da tempo.
I custodi dei Tesori europei, nella cena lussemburghese col
presidente stabile dell'Ue Herman Van Rompuy col cappello della task
force sul coordinamento delle politiche economiche, hanno così finito
per discutere un piano destinato necessariamente a restare aperto in
attesa della composizione del dissidio fra gli eterni amici-nemici.
Stavolta le parti sono lontane, raccontano fonti diplomatiche, il che
può essere un problema in vista del vertice Ue che, la prossima
settimana a Bruxelles, dove affrontare i nodi della crescita e della sua
ardua gestione.
Il piano di Sarkozy risulta mirare ad una istituzionalizzazione del
momento di coordinamento e confronto sull politiche economiche e di
bilancio nell'Eurogruppo. Vuole una struttura permanente, al quale
attribuire un segretariato e un «Mister governance» che ne sia
responsabile. La Merkel ha un orientamento diverso. Non intende dare
l'avvallo alla formalizzazione di nuove autorità e, oltretutto, non
considera la possibilità di limitare l'azione al solo club dell'euro.
Le fonti specificano che per Berlino si tratta di un desiderio di
ordine, ma non nascondono che in una collettività allargata i tedeschi
contano di riuscire più facilmente a gestire la cosa monetaria a modo
loro. E' proprio quello che non vuole la Francia, già piuttosto irritata
dal mondo in cui la Germania ha ritardato, e aumentato i costi,
dell'intervento a sostegno della Grecia sull'orlo della bancarotta.
In teoria, almeno l'ultimo passaggio insidioso potrebbe essere
aggirato con l'ombrello intergovernativo da 440 miliardi, società di
diritto lussemburghese sottoscritta ieri dai Sedici. Questo strumento -
Efsf, o Struttura per la stabilità finanziaria - interverrà «in modo
strettamente condizionato in caso di crisi, alla stregua di quanto
accaduto con Atene». Si finanzierà accedendo al mercato, con quello che a
ogni effetto sarà un eurobond, nome che rappresenta bene l'idea anche
se, per non urtare i tedeschi, nessuno lo chiama così.
Soddisfatto il commissario Ue per l'Economia, Olli Rehn: «C'è voluto
meno di un mese per varare l'Efsf». Il finlandese trova incoraggianti
anche i progresso sul fronte dei bilanci. Il presidente dell'Eurogruppo,
Jean-Claude Juncker, loda Francia, Italia e Germania, poi invita tutti
ad accelerare gli sforzi di risanamento e giura che l'Ungheria
traballante non lo preoccupa. «E' una situazione diversa dalla Grecia -
assicura -, dimostra che le borse sono nervose e volatili, rapide a
seguire ogni movimento». Per questo, il premier del Granducato chiede ai
governi «una più stretta disciplina verbale» in linea con quella dei
banchieri centrali. Spesso, fa capire, è bene tacere: i mercati ci
ascoltano.
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Bene, decodifichiamo l'unico articolo che oggi ne parla con un minimo di senso compiuto di questo lunedi di giugno che in futuro forse passerà alla storia (complimenti Zatterin).
1) Si sta discutendo, di fatto, di un nuovo ministero del tesoro unico europeo, capace di emettere Eurobond (debito pubblico europeo) e di dettare quindi ai falliti del continente (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda, prossimi candidati al club la stra indebitata Gran Bretagna, a seguito l'Irlanda e poi Ungheria....) le condizioni di bilancio per i prossimi round di rifinanziamenti di crisi (immancabili, dato che i falliti non crescono nè cresceranno più, per almeno dieci anni a vista, nè ripagreanno mai il debito con economie stagnanti e continue strette di bilancio).
2) La Francia vuole un centro di comando stabile statale-comunitario-burocratico, la Germania vuole un fondo subordinato alla Bce ( leggi Francoforte) e non è chiaro di quali poteri veri di imposizione l'Efsf sarà dotato. L'espulsione (decisa a maggioranza semplice pesata) dall'Euro? Ma sarà, soprattutto, solo un ombrello (come pare) e nemmeno l'ombra di un centro propulsivo.
3) L'industria, la crescita, ormai è in mano all'Asia. Gli Usa sono più immersi nei debiti di noi ma il dollaro si avvataggia della crisi dell'Euro sud-europeo allegro, che rischia di durare a lungo, molto a lungo. L'Europa (figuriamoci l'Italia, divenuto in 18 anni di semi-fallimento senza crescita, a poco a poco un paese marginale) appare condannata a crisi a ripetizione, schiacciata dai debiti pubblici in veloce crescita e non ripagabili. Proprio perchè il plusvalore del pianeta va strutturalmente in Asia, che ha messo al lavoro la sua grande risorsa naturale, il suo popolo contadino e povero che accetta ancora salari da fame (e profitti da Steve Jobs). E hanno centinaia di milioni di braccia che ancora aspettano. E niente sindacati. In un libero mercato globale (finanziario e non) che guarda al prezzo. Senza sconti per nessuno. Siamo tornati al capitalismo di pescecani di fine 800. E siamo noi le prime vittime designate, oggi.
4) Vinceranno i falliti in Europa o vinceranno i virtuosi? I tedeschi, ben memori di Weimar e poi di Hitler, sono terrorizzati. E la Merkel perderà sei elezioni di seguito, di questo passo. Forse con la prossima emergenza in Germania di una Lega Nord in salsa nazista (si aspetta un Haider tedesco), padroni a casa nostra di un Borghezio berlinese, quarto reich per difenderci da famelici greci, spagnoli, italiani pieni di debiti. Chiunque vinca, falliti o virtuosi, ci sarà qualcuno che perde. E il suo abbraccio sarà mortale, dati i numeri in gioco.
5) L'Europa non ha un ombra di piano di sviluppo e di crescita. Non mette in gioco, per ignavia e sudditanza a Putin, le sue risorse naturali. In primis la stra-fallita Italia. Non c'è innovazione forte, nel punto debole oggi dell'economia globale: un base energetica ferma ai Petrolieri del texas, al gas di Stalin e alle centrali fissili di Enrico Fermi.
L'Europa dei grandi scienziati, tromboni, politici e imprenditori si alimenta con quattro vecchie testate nucleari da rigattiere e con il gas di Putin. E rimarrà stritolata, dal prossimo monopolio del suo Kgb in salsa Gazprom.
6) Di questo passo l'Europa esploderà. Per ignavia e incompetenza. E sarà crisi senza precedenti. La Merkel ha pienamente ragione. Che i falliti falliscano prima. Che la crisi la paghino loro. Punto. Noi ci barricheremo in Germania, la virtuosa.
7) E Sarkozy (con Tremonti), senza un piano credibile di sviluppo, è solo un pericoloso avventurista. Guardiamoci da gente come loro. Le conseguenze future di oggi potrebbero essere incalcolabili. Molto peggiori della manovrina in corso. E praticamente certe, dati i debiti che in 18 anni non siamo riusciti a ripagare.
Si stanno facendo scelte monche che faranno il destino di una o due generazioni. Svegliatevi ragazzi. Basta con le discoteche o le pillole.
Sveglia Cgil, al di là dei tuoi scioperi rituali. Guarda la realtà della tua vera controparte. E non dei falliti italiani.
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Legenda: questo blog usa la metafora del diario di bordo. E cerca di trovare le rotte giuste. Da parte di una piccola, antica nave esplorativa neutrale, ma non di meno ben organizzata...
Questo blog usa link informativi (in corsivo-italico sottolineato) e, soprattutto nelle notazioni di bordo, link musicali, di immaginario, in carattere dritto sottolineato. Quasi sempre immagini e simboli sono linkati a musiche, almeno per me significative e espressive.
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