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"Fratei forza al remo, demoghe addosso" La galera Gran Capitana di Venezia alla Galera Reale di Napoli nella giornata di Lepanto, dopo il disalberamento della prima linea turca da parte delle grandi Galeazze venete.

 


















































 

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  venerdì 31 ottobre 2008





Fondazioni (ma di partecipazione)


Il Governo taglia i fondi ordinari e spinge (costringe) perchè le Università vengano rette da fondazioni.

Gli studenti si stringono intorno alle loro Università (impoverite), le difendono come pezzi del loro futuro.

I docenti temono questo avvento delle fondazioni. Le vedono come veicolo di una egemonia delle imprese sulle Università, da che mondo e mondo sedi del libero pensiero, della cultura e della ricerca, e non del ritorno sull'investimento.

Il Governo vuole pagare meno l'Università pubblica. Vuole che sacche di inefficienza, di posti di lavoro gonfiati e inamovibili, vengano eliminate, di necessità (e non di virtù) dallo stesso sistema universitario.

Pretende che le Università in soprannumero scompaiano da sè, per pura insostenibilità dei bilanci.

(senza dover operare lui, Governo e Ministero, scelte locali impopolari....)

Amerebbe (e ameremmo un po' tutti) che le carriere universitarie fossero non predeterminate da concorsi finti e chiusi, forse dettati dalla povertà generale del sistema universitario.

C'è un modo per trovare una quadra a tutte queste esigenze, ciascuna delle quali in sè nobile?

A mio avviso forse sì. E si chiama fondazione di partecipazione.

Una fondazione è un ente patrimoniale. Uno o più soggetti vi conferiscono un patrimonio, e i frutti di tale patrimonio, se ben amministrato, vanno a finanziare attività sociali, senza scopo di lucro.

Questa è la definizione classica di fondazione (all'anglosassone). Sviluppatasi sui lasciti delle grandi famiglie capitalistiche Usa trasformatisi in enti di ricerca e in organismi finalizzati alla promozione di varie attività sociali, inclusi investimenti in grandi università private.

In Italia la Fondazione è entrata in scena ex-lege, piuttosto massicciamente, come garante ultimo dell'indipendenza delle banche. Le fondazioni bancarie svolgono anche compiti di pubblica utilità, finanziano progetti, ma sono fondamentalmente azionisti primi delle banche, e ne usano i dividendi azionari per gli anzidetti scopi sociali. Tali fondazioni non rispondono ad alcun azionista, sono fondamentalmente auto-nominate, sono gestite da dirigenti bancari o politici di lungo corso, hanno un ruolo di garanzia.

Per le Università si prospettano fondazioni un po' meno "garantiste". Ovvero club di imprese e fondazioni bancarie che investono negli Atenei e, come azionisti di maggioranza, ne possono determinare la gestione. Fino a dove non si sa, dipenderà da ogni ateneo, da ogni statuto, da ogni situazione. E devono essere le Università ad attrarre nel club i soggetti investitori. Ma a quale prezzo?

Le fondazioni-holding saranno un pericolo e uno svilimento per la libertà di pensiero universitaria? Le ridurranno ad aziende, a esamifici, a centri di sola ricerca applicata?

Il rischio può esserci. Specie se queste saranno fondazioni non equilibrate, ovvero troppo sbilanciate sui soli interessi aziendalistici.

La fondazione di partecipazione introduce una importante estensione: allarga il suo raggio di azione anche a soggetti singoli.

Resta un organismo votato alla promozione di attività sociali e non profit. Resta un organismo di garanzia e di controllo sui beni e soggetti amministrati. Ma è un organismo dinamico, che può finanziarsi non solo con apporti di enti pubblici o di imprese, ma anche di semplici aderenti, persino di utenti degli organismi operativi che fanno capo alle fondazioni stesse.

In pratica: una Fondazione di partecipazione può accogliere iscrizioni e contributi volontari da studenti o ex-studenti dell'Università, così come da docenti o altri soggetti, e persino da parte di semplici cittadini amanti della cultura e della ricerca. A fronte, vedremo dopo, anche di servizi.

In tal modo la fondazione di partecipazione può, secondo il suo statuto, definire regole di rappresentanza delle sue varie componenti. Mettiamo, sempre nel caso di un ateneo pubblico: un nucleo di enti pubblici di garanzia, una corona di imprese e di fondazioni bancarie, l'area, infine, dei soggetti distribuiti di partecipazione.

Supponiamo, per comodità, un bilanciamento di un terzo ciascuno: enti pubblici, soggetti privati, utenti. Nel consiglio di amministrazione della fondazione stessa (eventualmente esteso agli organi dirigenti degli atenei su cui insistono).

La fondazione dovrebbe tenere conto, così, di tutte e tre le esigenze: servizio pubblico, efficienza, efficacia.

L'Università non potrebbe permettersi di gonfiare il personale amministrativo interno se questo va a scapito della qualità di ricerca e didattica, che interessa a imprese e utenti insieme.

L'Università non potrebbe nemmeno permettersi di decadere ad ancella delle aziende perchè enti pubblici e studenti-docenti porrebbero il veto.

L'università non potrebbe distribuire concorsi facili o posizioni vitalizie protette perchè aziende e (forse) studenti non sarebbero d'accordo. Per conseguente scadimento della qualità dell'Università stessa.

L'Università locale potrebbe però decidere di finalizzarsi strettamente, per trovare una sua tenuta e una sua strada, alle esigenze (anche culturali e di ricerca) del tessuto produttivo circostante. Con l'assenso di studenti, docenti e enti pubblici su un percorso realistico.

Un sistema ben bilanciato potrebbe quindi portare a Università meno povere di oggi. E quindi a regole interne realmente più aperte e meno protettive-collusive.

Una fondazione di partecipazione universitaria efficiente potrebbe inoltre fornire ai suoi aderenti diffusi servizi formativi permanenti, a fronte di contributi ricorrenti: pago 50 euro all'anno alla mia università ma ho diritto a un bonus per corsi di riqualificazione, nel caso restassi disoccupato e dovessi trovarmi un nuovo lavoro. E qui magari la fondazione può persino aiutarmi, con le sue imprese partecipanti, a trovarlo davvero questo nuovo lavoro.

Insomma, un gioco win-win. Che potrebbe essere autopropulsivo.

Basta lavorarci con attenzione, equilibrio e realismo.

(come ci abbiamo lavorato, con una delle prime - piccole - fondazioni di partecipazione italiane, quella nata a fine anni 90 intorno alla Rete Civica di Milano - e al laboratorio di informatica civica dell'Università degli Studi di Milano - che ha funzionato e che ha sostenuto un'esperienza non profit di rete aperta che continua a durare, fin dal lontano 1994).


http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif I colpi di scure fanno male e sono sbagliati, ma credo che anche agli studenti, ai ricercatori e ai docenti possa interessare una (diversa) e più equilibrata strategia sulle Fondazioni universitarie.

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P.s. Stamattina sulla Stampa ho letto questa inchiesta sull'Università di Michele Ainis. Mi pare il quadro più eloquente  e sistematico tracciato finora. Ve ne consiglio vivamente la lettura.









Che ne dici? []

9:37:56 PM    




Crediti


Finora gli studenti italiani hanno maturato un credito formativo con il loro stile di protesta.

(sentita ieri a Ferrara ai margini di un convegno sul fotovoltaico all'Università, e da parte di un manager)



Che ne dici? []

7:45:47 PM    




Debiti


Alla luce di questo studio, ho fatto un piccolo aggiornamento debitorio a questa illustrazione:


http://blogs.it/0100206/images/pianeta-derivato.jpg


Il carico sulle formiche mi pare ora più corrispondente alla realtà e meglio visibile.

Nella sua duplice insostenibilità.


http://blogs.it/0100206/images/StainoLPR.jpg





Che ne dici? []

7:08:44 PM    




Green New Deal a parole


Se qualcuno è interessato questa è l'intervista che mi ha chiesto Radio Radicale sul Green New Deal.


Che ne dici? []

4:47:19 PM    


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