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"Fratei forza al remo, demoghe addosso" La galera Gran Capitana di Venezia alla Galera Reale di Napoli nella giornata di Lepanto, dopo il disalberamento della prima linea turca da parte delle grandi Galeazze venete.
Una storia interessante, da un fiorentino. Fisico e ingegnere.
Vale la pena di riportarla integrale.
Paolo Gargini, Intel Fellow e vice-presidente per la ricerca avanzata.
La sua storia?
Nel 1965 un professore di ingegneria di Bologna, Ercole
De Castro, fece un'associazione con l'Università di Stanford. E allora mandò
due ricercatori a Stanford e l'università californiana mise a disposizione tutti i
macchinari e le tecnologie di cui si serviva. Questo professore, così, riuscì
ad ottenere dei finanziamenti e mise in piedi a Bologna un laboratorio analogo a quello
di Stanford. Ai tempi Firenze si occupava di architettura e Bologna di
ingegneria. E io, fiorentino, andai appunto a studiare a Bologna e entrai in
questo laboratorio appena avviato. Un fatto difficilissimo fare un laboratorio
del genere in Italia, un miracolo. Ma De Castro era convintissimo: già nel 1965 ci diceva
che questi semiconduttori avrebbero cambiato il mondo. E fu profetico.
Io volevo fare telecomunicazioni, perché era quello che
allora si faceva in Europa. Ma lui reclutò quattro di noi studenti, con media
del 30, per il suo nuovo laboratorio. Guardate, ci disse, io sono convinto che
siamo alle soglie di una rivoluzione che esploderà negli anni 80 e vorrei che
vi specializzaste su questo. Io mi ero già occupato di progettazione di
circuiti, e avevo qualche conoscenza di base in merito. Ne sapevo di fisica
dello stato solido. Per cui lui convinse tre di noi a prendere anche la laurea
in fisica. E ci convinse bene. Per cui nel 1970 presi la laurea in ingegneria
elettronica e dopo, nel 72, quella in fisica. Sempre a Bologna, completando i
miei studi sullo stato solido.
Vinsi poi una borsa di studio Fullbright. E andai
ovviamente a Stanford. Camminavo nei laboratori e sapevo che cosa vi si faceva,
erano i tempi dei primi circuiti integrati Mos. In quel momento l'Intel aveva
fatto la prima memoria da un kilobyte.
E venni messo in un gruppo per sviluppare i primi c-mos,
una tecnologia che poi arriverà realmente sul mercato solo nel 1984. E il capo
di questo gruppo era della Fairchild. La C-mos era una tecnologia estremamente
complicata, allora. Finii lo stage di tre anni e me ne tornai in Italia. Ma qui
le cose, al mio rientro, mi apparvero estremamente lente.
Nel frattempo uno dei professori di Stanford, Craig
Barrett, si era stufato di stare all'università e andò all'Intel. Nel 1972. Noi
a Stanford si andava a nuotare assieme e si diventò conoscenti. Quando tornai
in Italia, nel 1977, andai a una conferenza in Usa e tra gli altri andai fuori
a cena con Barrett. E lui mi propose di andarlo a trovare il mattino dopo
all'Intel. Quando arrivai la guardia mi disse che il mio gruppo di
intervistatori era già pronto, e risposi che forse c'era un fraintendimento. Ma
mi avvertirono che Barrett era occupato fino a mezzogiorno e nel frattempo
aveva pensato bene di farmi intervistare. Lo presi come un gioco, non sapendo
che il gruppo era composto dal capo della ricerca, di quello delle memorie e
della produzione.
Passai il pomeriggio con Barrett. E me ne tornai in
Italia. Dopo due mesi mi arrivò una lettera dall'Intel per posta. Era
un'offerta di lavoro, molte volte di quello che guadagnavo al tempo, come
ricercatore Cnr. E poi nel marzo del 78 tornai in Usa per una conferenza. E
Barrett mi disse: questo non era abbastanza, ti farò una proposta che non
potrai rifiutare. Sembrava di essere nel film Il Padrino. Mi fece la proposta e
alla fine, nell'estate del 78, capitolai. Facciamo questo esperimento e, se non
funziona, me ne posso sempre tornare in Italia. Presi un'aspettativa di tre
anni dal Cnr e andai a lavorare a Santa Clara. All'inizio Barrett, che era un
professore di fisica dello stato solido, voleva un aiuto sull'affidabilità dei
componenti, che non era esattamente il mio campo. E lui mi disse: poi ti affido
qualcosa di meglio per te. Però cominciai lo stesso. Poi due anni dopo tornò da
me e mi disse: hai fatto quello che ti avevo chiesto. Ora ti affido un compito
un po' più vicino ai tuoi interessi. Spero che tu ne sappia un po' di questi
nuovi microprocessori. Io ti affiderei la guida del gruppo sviluppo di questo
286, però non ti posso dare molti soldi, con il tuo nuovo gruppo cerca di
spendere poco, perché di questi ne venderemo poche decine di migliaia di pezzi.
Invece Ibm scelse proprio il 286 C-Mos per il suo secondo
pc e poi partimmo in quarta sul 386.
Mi trovai nell'occhio del ciclone. Il mio gruppo
decollò.
Alla metà degli anni 80 si lavorava su memorie da 256mila
componenti sia in N-Mos che in C-mos. Il problema era che con il Cmos si
avevano il doppio dei componenti. Alta complessità. E allora facemmo ambedue le
tecnologie, ma la dissipazione di potenza sull'N-Mos cominciava ad essere
troppo elevata. Per fortuna in quegli anni il C-Mos fece progressi tali da
poter essere prodotto su crescenti densità di componenti, paragonabili a quello
che si faceva prima ma con livelli di dissipazione nettamente inferiori.
Questo permise la continuazione della legge di Moore, e
il passaggio senza strappi dalla tecnologia N-Mos a quella C-Mos.
Il problema però si ripresentò alla fine degli anni
Novanta. Si doveva fare di nuovo qualcosa di fondamentale per diminuire la
potenza immessa nei microprocessori, e quindi la dissipazione, il calore e gli
effetti elettromagnetici distorsivi che tendevano a crescere troppo in
relazione all'aumento di velocità dei chip, ovvero ai gigahertz.
Stressando il silicio, e insieme mettendo un dielettrico,
un isolante, tra il gate e il substrato, si è ottenuta una riduzione da 100 a mille volte della
dissipazione di potenza. Per cui un chip come l'Atom con 50 milioni di
transistori consuma meno di un watt, contro un precedente Pentium 4 che con 30
milioni di transistori arrivava a consumi di 100 watt.
E questa è stata la seconda transizione. Mentre negli
anni 80 fu quella di mettere due componenti complementari, questa elimina tutte
le perdite di energie.
Un esempio a contrario: il rame, su cui ha puntato
Ibm, è come progettare una città in cui tutte le strade passano da senso
alternato a unico, in modo che tutti possano muoversi più velocemente. Ma i
semafori restano gli stessi.
La chiave invece era cambiare il transistore stesso.
Prima, nel transistor originale, tra il gate e la sorgente c'era ossido di
silicio. Ma noi siamo riusciti a rimpiazzarlo con ossido di Afnio, isolante.
Questo materiale, accuratamente scelto, offre una minor dissipazione di uno o
due ordini di grandezza.
Fu per questo che, nel 1999-2001, nel laboratorio I-Mac
lavorammo su due candidati: Zirconio e Afnio. Alla fine si scelse l'Afnio, lo
si portò dentro Intel, lo si perfezionò e così via. E ora siamo sulla seconda
generazione.
Cosa pensa della legge di Moore? Il silicio ha ancora
un futuro, e per quanto tempo? Oggi voi lavorate in fabbrica sui 45 nanometri,
in laboratorio state sviluppando i 16 nanometri e persino qualcuno dice che
pensiate ai 4 nanometri? Come stanno le cose?
Il fatto è che se uno pretende di utilizzare voltaggi
elevati su chip ormai così delicati, questi ovviamente si spaccano. Però ora
lavoriamo su voltaggi di meno di un volt, per cui queste limitazioni sulla fine
prossima del silicio sono state molte volte fatte in modo miope. Certo, se uno
mantiene i voltaggi di un tempo è chiaro che si arrivi a dei limiti del silicio.
Ma se invece si riescono a ridurre le potenze elettriche immesse in modo
equilibrato si può andare oltre. E il fatto che si possa costruire un
transistore di 4 nanometri significa una precisa calibrazione della potenza, un
isolamento dall'ambiente circostante quasi perfetto, via ossido di Afnio,
un'architettura e un processo produttivo appropriati ...
Siamo al livello di meno di cento atomi, sotto la
dimensione di un grosso enzima. Eppure pensate di riuscirci.
Fortunatamente abbiamo trovato la chiave tecnologica per
farlo.
Eppure sul Pentium 4 andaste a sbattere contro la
barriera dei 4 gigahertz sul singolo microprocessore
Nel 1989 quattro di noi costruirono una proiezione
secondo cui ci si aspettava che nel 2001 avremmo avuto bisogno di almeno 4
core. In modo di avere, anziche una solo core a 4 gigahertz quattro capaci di
lavorare assieme in parallelo a 1 gigahertz. E questo fu un evento un po'
simile a quello del 1985 in
cui si fece in parallelo una memoria in N-Mos e C-Mos proseguendo poi sulla
seconda. Fu una specie di scelta obbligata. Fu un ultimo caso, il Pentium 4 ,
in cui si fece il single core, con troppa dispersione, e calore. L'unica
cosa da fare era la transizione, e poi si passò ai prototipi persino a 80 core,
e prodotti a due e quattro. Siamo vicini al miliardo di transistori sul singolo
chip. E al 2015, a
32 nanometri, ci si arriva.
Questo non è il problema.
La Sun in quei tempi presentò uno Sparc a otto core. Voi
ci siete andati più cauti
Il problema è che non c'era e ancora c'è software
abbastanza per gestire bene i multicore. Per questo spingemmo il single core il
più possibile. Dal punto di vista tecnologico la transizione era infatti
assolutamente triviale. Per l'ingegnere che produce architetture o processi che
vi sia uno o otto core non gliene frega niente. Però dal punto di vista delle
applicazioni cambia tutto. Perché uno sfortunatamente non può prendere degli
eventi sequenziali e trasformarli per magia in eventi paralleli. E' come se uno
prendesse il passato, il presente e il futuro e li fa accadere allo stesso
tempo. Per cui è molto difficile.
Facciamo un parallelo con il Cell di Ibm , processore
parallelo potentissimo, ma altrettanto difficile da programmare
Molte volte vi sono delle intuizioni e delle idee su come
le cose potranno funzionare in futuro. Molte volte le cose falliscono perché
uno cerca di farle accadere troppo presto. Mentre la tecnologia era in grado di
provvedere multicore già negli anni 90, non c'era il software per sfruttarli.
E' il motivo per cui ci siamo mossi lentamente, con cautela. Perché ci stiamo
tirando tutte queste migliaia di sviluppatori, che devono abituarsi a scrivere
diversamente, devono cambiare modo di pensare, da sequenziale a parallelo. E
non è facile. Oggi produciamo più strumenti di sviluppo software, e abbiamo più
programmatori di Microsoft.
Bè, l'area della concorrenza, del parallelismo a
giudicare dai linguaggi general purpose esistenti appare un po' come la più
primitiva della Computer Science?
Abbastanza vero. Ma questa comunità di sviluppatori sta
cominciando a padroneggiare oggi quantomeno il multithreading su più core. C'è
stato un miglioramento netto ma si può e si deve fare ancora molto.
Attaccare sul vero parallelismo massiccio e general purpose?
Si. E' ormai tempo. Ci abbiamo scommesso vari milioni di
dollari in progetti di ricerca, con decine di università.
E invece che cos'è per Intel il system on chip? Voi lo
prevedete per i dispositivi mobili avanzati, e oggi?
Bè, guardi. Le faccio un esempio. Quando uno fa un
personal computer mette cento milioni di transistori sulla Cpu (unità centrale
di elaborazione), poi duecento milioni sulla memoria e trenta milioni
sull'interfaccia....
Il chip-set. Tanto per capirci.
Sì, tutta questa roba. E di più. Oggi mettiamo tutto questo su un
solo chip, e nel momento in cui tu li metti su un solo chip i tipi di trade
off, di scelte, che puoi fare diventano diversi. Perché prima si prendeva la
Cpu da Intel e la memoria da, mettiamo, Samsung. E allora c'erano dei margini
da disegnare. Nel momento che uno disegna tutto sullo stesso chip l'architettura
cambia. Può fare partizioni diverse, divedere la memoria in punti multipli. Non
è solo un esercizio di tecnologia aggregativa, ma un ripensamento anche radicale.
Noi stimiamo che, per una data tecnologia, per esempio i 45 o 32 nanometri il
microprocessore, in progettazione, preceda l'analogo system on chip di almeno
un anno. Perché sul primo si punta alla massima potenza, ma sul secondo
si studiano i voltaggi più bassi possibile, l'architettura complessa e
ottimizzata. Il system on chip non è un sistema automatico.
Quando uno fa il sistema completo normalmente deve
incorporare i regolatori di voltaggio, che nel caso del microprocessore sono
esterni. E sono migliaia, tutti da posizionare al posto giusto. E poi questi
componenti non sono di nostra tradizione, come le radio, che spesso abbiamo
comprato fuori. Il System on chip è quindi un esercizio complesso a più
tecnologie integrate sulla stessa piastrina, alcune per nulla facili.
Intel è quindi in pieno dentro la frontiera della complessità
In questo momento abbiamo circa 500 progetti di ricerca
in corso. Diciamo 400 negli Usa e gli altri in altre parti del mondo, dal
Giappone all'Australia. In pratica valutiamo idee da tutte le parti del mondo,
e se ci convincono vi collaboriamo. Io ho perso la nozione del tempo, vivo in aereo, e se c'è luce sto sveglio e se c'è buio dormo. Bisogna guardare tutto. E uno non può fare un'invenzione in tempi
brevi. Bisogna che sviluppi le possibilità per molto tempo. E bisogna valutare
tutte le idee possibili.
Volete tenere il numero di ricercatori interni il più limitato
possibile?
Sì, e ci interessa un rapporto solido con le università,
dove i giovani esprimono idee nuove, a volte sorprendenti.
E sul fotovoltaico, come mai non ci siete?
Abbiamo investito su alcune aziende, con il venture capital interno. Non abbiamo trovato nulla di
interessante, per noi come Intel corporate. La tecnologia è ancora rudimentale. Però
credo utile questa buona tecnologia solare. Noi però si investe altrove, dove si fa fa meglio il nostro mestiere.
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P.s Intel è un'azienda dura. Ha, commercialmente, martellato Amd fino a prendersi un miliardo di euri di multa dall'antitrust europeo, per concorrenza abusiva. Ma un'epica ce l'ha. E Garcini ce la fa capire. Non serve da scusante, ma solo da background. Un chip da un miliardo di componenti elementari non è uno scherzo. Induce facilmente anche alla paranoia iper-competitiva, come diceva in un suo libro il vecchio ungherese Andy Growe, per tanti anni capo dell'Intel. Auguri a tutti i competitor, su una frontiera che già ha cambiato la civiltà umana. Faccio solo il cittadino giornalista, anche qui.
E auguri a Paolo Garcini, il fiorentino di Stanford, da cui ho ascoltato e poi riportato qui una interessante (spero) testimonianza.
Volevo metterla su NòvaReview ma non ho fatto in tempo. Ho usato un pezzo di domenica per infilarla qui. Prima che finisse dimenticata nel mio polveroso hard disk.
P.s. Nel 1996, esperienza della Rete Civica alla mano, proposi ai vertici del Sole-24 Ore un approccio analogo, su un sito-comunità di registrati e a pagamento. I consulenti di Arthur Andersen, pagati a 200mila euro anno, dissero che in Italia non c'era mercato per siti a pagamento. E il mio giornale procedette al sito gratuito.
Sull'attuale crisi delle carta stampata in Italia meglio non mi dilunghi.
Se vuoi sostenere la Settima Mossa copia e incolla sul tuo blog:
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Codice (togliere a capi, please):
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stories/ 2007/07/12/
laSettimaMossa.html">
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Legenda: questo blog usa la metafora del diario di bordo. E cerca di trovare le rotte giuste. Da parte di una piccola, antica nave esplorativa neutrale, ma non di meno ben organizzata...
Questo blog usa link informativi (in corsivo-italico sottolineato) e, soprattutto nelle notazioni di bordo, link musicali, di immaginario, in carattere dritto sottolineato. Quasi sempre immagini e simboli sono linkati a musiche, almeno per me significative e espressive.
Se disponete di connessioni a buona banda godetevi gli accostamenti musicali, altrimenti evitate di cliccare su questi link, piuttosto pesanti.